La costa dei trabocchi

marzo 23, 2011 in Simboli d'Abruzzo by Giovanni Tavano

«Dall’estrema punta del promontorio destro, sopra un gruppo di scogli, si protendeva un Trabocco, una strana macchina da pesca, tutta composta di tavole e di travi, simile a un ragno colossale. […] La macchina pareva vivere d’una vita propria, avere un’aria e un’effigie di corpo animato. Il legno esposto per anni ed anni al sole, alla pioggia, alla raffica, mostrava tutte le fibre, metteva fuori tutte le sue asprezze e tutti i suoi nocchi, rivelava tutte le particolarità resistenti della sua struttura, si sfaldava, si consumava, si faceva candido come una tibia o lucido come l’argento o grigiastro come la selce, acquistava un carattere e una significazione cui la vecchiaia e la sofferenza avesser compiuta la loro opera crudele. L’argano strideva girando per l’impulso delle quattro leve; e tutta la macchina tremava e scricchiolava allo sforzo, la vasta rete emergendo a poco a poco su dalla profondità verde con un luccichio aurino» (Gabriele D’Annunzio, Il trionfo della morte)

I trabocchi, le bellissime macchine da pesca che caratterizzano l’Adriatico, sono una delle icone più amate dell’Abruzzo.
Confinati alle sole banchine portuali nella bassa e sabbiosa costa settentrionale, fino a Pescara, si trovano invece numerosi abbarbicati all’alta costa rocciosa e rotta dell’Abruzzo meridionale, fra Ortona e Vasto: è la “Costa dei Trabocchi”.
In termini strutturali, il trabocco è una struttura essenzialmente lignea per la pesca fissa costiera, costituito da una piattaforma sospesa a palafitta sul mare, con pali infissi sulla scogliera e/o direttamente in mare; è collegata con la terraferma mediante una leggera passerella aerea, in genere strettissima; sulla piattaforma sorge un casotto, che ricovera gli attrezzi e soprattutto alloggia l’argano girevole, al quale convergono le funi che sostengono i quattro angoli della rete quadrata, sporta in mare a sbraccio mediante quattro lunghissime antenne. Attraverso il movimento rotatorio dell’argano, la rete viene calata in mare e ritirata periodicamente: quando nel suo cavo rimane del pescato, esso viene recuperato con un guadino dalla lunghissima asta.
Tutto l’apparato è tenuto insieme da un sistema strallato di funi, fili metallici, assi e pali legati, chiodati e bullonati: una vera e propria tensostruttura molto elastica, semplice ma efficace, spessissimo utilizzante materiali di recupero.
La caratteristica più originale e certamente singolare dei trabocchi, è che essi – al contrario di quel che si potrebbe istintivamente pensare – non sono il frutto e l’espressione culturale di comunità marinare: al contrario, sono la testimonianza del “recente” riaffacciarsi al mare di comunità agricole che per oltre mille anni (dalla caduta dell’Impero Romano sino alla fine della minaccia della pirateria moresca, ossia al ‘700) si erano dovute tenere lontane dalla costa, troppo pericolosa per le continue incursioni saracene, oltre che endemicamente malarica e impaludata.
I trabocchi, in sostanza, sono l’invenzione sagace e ingegnosa di contadini che si spingono in mare senza navigare, e neppur bagnandosi i piedi: il pescoso sottocosta roccioso viene trattato come una sorta di “orto liquido”, affrontato dai “traboccanti” (il nome dei pescatori col trabocco) con gli strumenti e il modello mentale non dei naviganti, ma degli agricoltori.
Gli esemplari più belli sono fra San Vito e Fossacesia: si legano al paesaggio costiero con la stessa naturale, spontanea grazia con cui le malghe punteggiano gli alti pascoli alpini, testimoniando in una ennesima declinazione la straordinaria creatività dell’architettura popolare spontanea italiana, una delle più originali ricchezze del nostro splendido Paese.

Condividi
  • Facebook
  • Twitter
  • LinkedIn
  • MySpace
  • RSS
  • Add to favorites
  • email
  • Google Bookmarks

Leave a Reply

You must be logged in to post a comment.