Indovinelli abruzzesi

aprile 11, 2011 in Cultura popolare by Marcello Bonitatibus

La consuetudine di proporre indovinelli in passato era limitata quasi esclusivamente al periodo di Carnevale. In un precedente post dedicato al “Testamento” ho precisato che, mentre nel calendario liturgico il Carnevale va dall’Epifania al giorno di Quaresima, nella cultura popolare la data di inizio varia secondo le zone tra Natale e Santo Stefano, Capodanno e l’Epifania, Sant’Antonio Abate e la Candelora (2 febbraio).

In ogni caso si tratta di un periodo relativamente lungo nel corso del quale, durante le lunghe serate invernali, aveva largo sfogo la vena degli indovinelli che risale a tempi molto pre cristiani. Lo testimonia Luca Canali che, nella sua Antologia della poesia latina, riporta che un poeta conosciuto col nome Symphosyus Scolasticus compose una silloge di cento indovinelli in esametri, dichiarando di averli raccolti “per non essere l’unico convitato a restare senza parole quando, durante i banchetti per le feste dei Saturnali, la conversazione cedeva il posto al momento dei giochi” (1). Gli indovinelli avevano dunque la funzione di allietare la serata stimolando le risate e l’allegria dei convenuti. Questo era possibile perché la maggior parte degli indovinelli popolari è di forma salace e carica di doppi sensi. Tuttavia, come riconosceva già l’antropologo abruzzese Gennaro Finamore (1836-1923), “c’era la sanatoria del significato innocente, che se ne dava, dopo aver fatto arrossire un bel po’ le ragazze, e poi l’altra che, de Carnevale, ogne burla vale” (2). L’effetto comico e burlesco è garantito ancora oggi dalla brevità degli indovinelli stessi, che “esalta le possibilità espressive della lingua popolare secondo la duplice polarità del comico e dell’arguto. La comicità, in funzione augurale, è quella grassa e <<bassa>> dei doppi sensi equivoci e delle allusioni spinte ai limiti dell’osceno. Più finemente, in forme arditamente concettose, l’arguzia si esercita attraverso il gioco surreale delle metafore <<burchiellesche>>, tra paradosso e non senso” (3).

In questo e nei prossimi post proponiamo, in ordine sparso, alcuni indovinelli del primo e del secondo tipo, sia in dialetto che in italiano. Non diamo però la soluzione ma invitiamo i lettori scriverla nello spazio dedicato ai commenti.

Note

  1. Antologia della poesia latina, a cura di Luca Canali, Mondadori.
  2. Gennaro Finamore, Credenze, usi e costumi abruzzesi (1890), Polla 1988.
  3. Vittorio Monaco, Capetièmpe. Capodanni in Abruzzo, Sinapsi Edizioni.

 

(1) Chi è qui anemale

che s’affaccia a iù renale?

Chi è quell’animale

che si affaccia all’orinale?

*****

(2) Tra palle, pile e celle

ne fecèmme na jummella.

Tra palle, peli e capezzoli

ne facciamo una giumella.

*****

(3) J’ ficche arzille arzille

e j’ ricacce ammusceleite.

Lo ficco arzillo arzillo

e lo ricaccio aggrinzito.

*****

(4) Tu che sci dottore de ‘stu paese,

dimme chi è quela vecchia c’ha nu mese.

Tu che sci dottore addutturate,

dimme chi è quela vecchia

che da nu mese è nate.

Tu che sei dottore di questo paese,

dimmi chi è quella vecchia che ha un mese.

Tu che sei dottore addottorato,

dimmi chi è quella vecchia

che da un mese è nata.

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