Gertrude Goetz: in segno di gratitudine

gennaio 26, 2012 in Senza categoria by admin

La testimonianza di una bambina ebrea austriaca confinata in Abruzzo

 di Antonio Bini

“Era molto bella, bionda con le treccine e gli occhi azzurri. Si notava subito rispetto alle altre bambine del paese”, cosi la ricorda Silvana Modesti. Gertrude Goetz, nata a Vienna da famiglia ebrea, aveva 8 anni quando giunge nel 1942 a Castilenti, un piccolo paese abruzzese sulle colline tra mar Adriatico e Gran Sasso d’Italia, tappa di un doloroso viaggio iniziato nel 1939 per sfuggire alle persecuzioni razziali, dopo il rilascio del padre dal campo di Dachau.

Erano scesi in Italia, come altri ebrei di lingua tedesca, lasciando ogni proprietà, rimanendo poi coinvolti nell’applicazione di norme analoghe assunte “a difesa della razza”. Dopo un periodo vissuto a Milano, nel 1942 la famiglia Goetz subisce la misura del confino forzato in Abruzzo.

 A Castilenti, bel borgo sulla collina teramana, Gerti per la prima volta nella sua giovane vita trova accettazione, benevolenza e gesti di umanità. Nonostante gli stenti, la mancanza di cibo, la malattia di sua madre e l’insicurezza sul destino ultimo della famiglia, la bambina trova un rifugio, non solo tra i contadini umili, ma anche tra le famiglie benestanti e con ruoli chiave nel partito fascista del paese. Lei stessa mostra notevoli capacità di adattamento. Nonostante venisse dalla città, imparò presto a portare al pascolo le pecore e a fare lavori in campagna, pur di aiutare la famiglia a sopravvivere, integrandosi al tempo stesso nella vita del paese e poi facendo lezioni di ripetizione per i figli dei contadini nelle case di campagna.

A distanza di tanto tempo, la Goetz raccoglie i ricordi della sua difficile infanzia, li analizza e li rielabora secondo una visione unitaria in un libro pubblicato negli Stati Uniti, dove è stata bibliotecaria e docente di liceo a Los Angeles, con il titolo “Memory of Kindness: Growing UP in War Torn Europe” (Memoria di infanzia: crescendo nell’Europa in guerra”). Il suo racconto presenta in copertina una foto di Castilenti, un’immagine che ripropone il primo impatto con l’arrivo in paese descritto nel libro: “Per raggiungere Castilenti, uno dei tanti paesini isolati e appollaiati sui pendii del Gran Sasso, la cima più alta degli Appennini, bisognava attraversare un paesaggio di una bellezza naturale che toglie il respiro. In lontananza si vedevano la catena appenninica coperta di neve, maestosa, e miglia e miglia di campi coltivati, punteggiati qua e là da piccole fattorie e da contadini occupati a coltivare i campi”.

Ma è soprattutto la vita semplice e l’umanità di quella comunità che viene snocciolata nei particolari. Come ebrea non può essere ammessa a scuola. Eppure dopo alcuni mesi di confino, il direttore didattico si assumerà la responsabilità di inserirla in classe, rischiando pesanti conseguenze. Gerti ricorda come i bambini del paese la trattassero come una di loro, mentre qualche piccola curiosità riguardava il suo essere ebrea. E’ interessante notare come la ragazzina, figlia unica, avesse ben chiara l’intenzione di integrarsi nel contesto locale, dominato dalla tradizionale cultura cattolica, conservando con altrettanta determinazione di voler rimanere ebrea. Compare nel libro una vecchia foto in bianco e nero con altre bambine impegnate a seguire una lezione di cucito e ricamo sotto la guida di suor Cipriani. Gerti è riconoscibile dal colletto bianco. Alla sua sinistra Silvana Modesti. Sarà proprio suo figlio, Gianni Cilli, a fornirmi i primi riferimenti della storia di Gertrude Goetz, che lui scoprì trovando una lettera diretta a suo zio Michelino, proveniente da Los Angeles.

La stessa lettera testimonia l’incancellabile legame con Castilenti, che diventa espressione di profonda riconoscenza quando, dopo l’8 settembre 1943, i tedeschi occuparono il paese. La posizione della famiglia Goetz, come quella di migliaia di ebrei in Italia, divenne allora pericolosissima. Il podestà dell’epoca, Antonio Savini, li avvertì che da fonte tedesca era arrivato la notizia che gli ebrei presenti in paese sarebbero stati convogliati a Modena per poi essere trasportati in un campo in Polonia (Auschwitz ?). Rischiando personalmente, sia di fronte alle occupanti truppe tedesche che a possibili delatori tra i fascisti irriducibili, il Savini li invitò a scappare,  rendendo immediatamente disponibile una sua casa in campagna. Iniziò quindi una nuova peregrinazione tra campi e sentieri, con ricoveri di fortuna presso contadini che li nascosero, dividendo quel poco di cibo disponibile, cercando di dirigersi verso sud, nel tentativo di superare il fronte. Si rilevano i passaggi per Penne, Farindola, dove incontreranno il vescovo della allora Diocesi di Penne,  e Chieti, dove giunsero nel giugno del 1944.

Presso il Comando degli Alleati a Chieti lo status di internati venne modificato in quello di profughi. Con un treno vengono diretti a sud a Bari e poi destinati presso il campo rifugiati di Santa Maria al Bagno presso Nardò, in Salento. Qui Gertrude conobbe Samuel, ebreo polacco, che divenne il compagno della sua vita. Nel 1949 la famiglia Goetz lasciò l’Italia e l’Europa per cominciare una nuova vita negli Stati Uniti. Proprio in Puglia, la Besa Editrice di Bari, ha pubblicato l’edizione italiana del racconto della Goetz con il titolo “In segno di gratitudine”, che sintetizza con un pizzico di nostalgia il profondo sentimento provato per gli italiani conosciuti in un periodo difficilissimo della propria infanzia.

La Goetz sembra provare le medesime sensazioni avvertite da Natalia Ginzburg, anch’ella internata quegli anni in Abruzzo, sul versante opposto del Gran Sasso, a Pizzoli, che scrisse: “Ma era quello il tempo migliore della mia vita e solo adesso che m’è sfuggito per sempre, solo adesso lo so.” Ma anche Castilenti, credo, debba riconoscenza per questa emozionante testimonianza che restituisce memoria viva alla sua comunità, attraverso i ritratti di vita quotidiana del paese di allora, per l’esaltazione di valori quali la solidarietà, l’altruismo, l’amicizia, espressi con umana spontaneità nei confronti di esuli in difficoltà.

 

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